ORGOGLIO GATTARO

catlady E’ inutile cercare di dissimulare certe fastidiose caratteristiche della nostra famiglia, certi difetti di fabbrica mentali o di costituzione che ci portiamo dietro nei genomi.

La gente, alla ricerca perenne del marcio perduto, nota sempre prima i difetti delle qualità e ci cataloga in maniera precisa e premurosa in base alle gambe grosse o alla casa in disordine.

Meglio quindi ammettere fin da subito quei nostri difetti secolari che conosciamo bene e rendersi magari anche affascinanti, grazie ad essi.

Sono una gattara.

Da parte di madre la mappa del mio albero genealogico è costellata di donne eleganti, creative, di buon gusto, entusiaste e forti ma tutte legate da una passione fuori controllo per i felini. Un amore sfrenato di quelli che ti trasfigurano, che ti fanno smettere di pensare alla conservazione di una dignità base, per vivere ai limiti dell’integralismo religioso.

Conosco questo male che le donne della mia famiglia si passano di madre in figlia e cerco da sempre di arginare il più possibile il potere che i gatti esercitano sulla mia persona ma certe cose sono incontrollabili o controllate da qualcun altro, non certo da me.

Cerco di evitare in tutti i modi la possibilità che quando un ospite entra in casa mia dica “ che odore di gatto! “.

Eppure tutto il mio mondo sa di gatto: la mia auto, i miei vestiti, i divani, i miei racconti sono tutti impregnati dell’odore di sottomissione ai gatti.

Cerco di mantenere profumato tutto ciò che mi appartiene ma l’odore di gatto mi precede.

E’ un odore talmente mio che non riesco a riconoscerlo ma gli amici più stretti mi dicono che si avvicina molto a quello che viene considerato “ l’odore di vecchio ”.

E non è piacevole essere additata come la ragazza carina che puzza di vecchio.

Allora lo dico subito, quello che sono: l’ultimo anello di una generazione di gattare, l’erede della vestaglietta di flanella coi croccantini nelle tasche, la futura vecchia signora con la paletta in mano e il bastone a tre piedi per sorreggere le stanche ginocchia, provate da tante cadute da inciampo su gatto.

Il gatto infatti, ha sviluppato nei secoli di contatto con l’uomo e con la gattara, una straordinaria intelligenza stronza che lo ha reso abile nel materializzarsi tra le gambe del bipede che lo nutre, per farsi suo ostacolo mobile e probabile causa di contusione, nel caso in cui il soggetto bipede sia su superficie piana o addirittura di decesso, nel caso in cui sia in presenza di scale.

Eppure, nonostante l’odievolezza premeditata dei gatti, la mia famiglia li ama a tal punto che io sono gattara di nascita.

Non ho scelto di esserlo, sono nata in una casa dove i gatti già padroneggiavano da anni, quindi ho solo potuto prendere atto di una eredità inesorabile che si sarebbe presto abbattuta su di me: la sudditanza nei confronti dei mici.

L’ho intuito già da molto piccola, dai loro sguardi, piccoli, severi e chiari.

Quando sono nata i gatti mi guardavano da sopra le credenze e dalle sedie di paglia, con occhio malvagio e indagatorio e così sono cresciuta chiedendo loro scusa per il disturbo di stare al mondo e servendoli come meglio posso.

Vivo da sola ormai da molti anni, viaggio molto per lavoro e avrei potuto evitare di adottare dei gatti e spezzare la catena secolare di supremazia felina.

Invece no. Quasi senza che me ne accorgessi, tre grossi gatti di strada mi hanno attirata come fanno certe giovani mignotte cubane coi vecchi europei.

E la maledizione è proseguita.

Oggi quando mi sveglio, ancor prima di lavarmi la faccia, scendo al piano terra, vado a tentoni fino alla cucina e con gli occhi cisposi, barcollo verso la dispensa dove tengo le primizie per i miei padroni pelosi e riempio le loro ciotoline fino a farle scoppiare, certa che la notte li abbia affaticati e che debbano idratarsi subito con qualcosa di fresco, nonostante abbiano a disposizione h24 un dispenser di croccantini professionale, da allevamento in batteria, un silos di plastica che mi arriva al ginocchio e che i maledetti animali svuotano in poche ore, per poi svuotare i loro piccoli corpi all’interno delle lettiere inamidate che preparo quotidianamente per i loro sfinteri raggrinziti.

Se la lettiera non si trova in perfette condizioni, i miei gatti defecano bollenti torte marroni, proprio davanti alla piccola porticina d’ingresso del loro sebach sabbioso; un’ammonizione per la signora delle pulizie, che sarei io, affinché provveda subito a sterilizzare lo spazio a dovere.

E’ una tecnica che talvolta sogno di praticare anche io nei gabinetti pubblici degli autogrill e dei treni italiani, ma non avrò mai la stessa freddezza che hanno i miei gatti nel compiere certi gesti esemplari.

I miei felini vivono in campagna, sono molto fortunati e potrebbero goderne a pieno, smettendo di usare la lettiera e depurando i loro intestini sull’erba fresca di rugiada del mattino o sulla terra arata dell’orto. No.

Non esiste. Culo di gatto viziato non si abbassa ad uscire di casa anzi, se ha necessità di questo tipo, e si trova in giardino, culo di gatto viziato entra in casa, per utilizzare i giusti servizi a sua disposizione.

E io, in quanto gattara non mi arrabbio, anzi mi mortifico e cerco di mantenere tutto profumato e igienizzato, temendo rappresaglie e in questo modo, come in mille altri, subisco, nel più spregevole dei modi: subisco per amore, ciecamente come solo questo sentimento sa ridurti, e vezzeggio tre fottutissimi gatti coi loro nomi assurdi e le loro abitudini prepotenti.

Vado a dormire e se i miei gatti sono già a letto (e visto che essendo gatti non hanno mai un cazzo da fare sono quasi sempre già a letto) devo badare bene a non modificare la loro posizione di un centimetro, a ciambella in inverno, a quattro di bastoni d’estate. Perché disturbarli, poveri carotini miei adorati?!

Quindi, in quanto gattara, mi infilo a letto con discrezione e assumo una posizione che potrebbe somigliare a quella che hanno certi geroglifici egiziani, quelle raffigurazioni degli schiavi che ballano facendo figure geometriche spigolose e scomode.

Se mi trovo davanti al computer sono i miei gatti a scegliere quante ore posso dedicare al lavoro anziché a loro e così come accadde per la stesura della tesi, i miei miserabili padroni non appena sentono il tamburellio delle mie dita sui tasti, calano dai divani, scendono dai comò e piombano a sedersi sulla calda tastiera, con il loro odioso muso che guarda lo schermo e la zampetta destra che digita pppppfjgksaldjpeojfdpoòcòzxdp sul mio foglio di lavoro.

Con queste riflessioni penserete che sia sciocca ad ammettere ora quanto sia fiera e felice di essere gattara.

Invece vi dico: adottate un gatto, due, tre, ma fatelo. Oggi stesso.

Vi possiederà ma lo farà in silenzio e per meno anni di qualsiasi essere umano.

Comandante supremo Sophio.

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