QUI GIACE IL CONTATTO GIUSTO

Non esiste sulla faccia della terra, una parola che la nostra epoca abbia reso maggiormente spregevole della parola “contatto”.

In principio, poverino il contatto, era solo un sostantivo maschile con molti interessi.

Quando voleva rimorchiare le studentesse di astronomia, si riferiva al gesto di un astro che entra o esce dal cono d’ombra del corpo che eclissa.

Se voleva fare il latinista, andava in giro a dire di essere il participio passato di contingere, che vuol dire “toccare” in latino quindi, con questa scusa, si poteva prendere un sacco di libertà anche con le studentesse di latino.

Poi crescendo il contatto è diventato esperto di chimica, di elettrotecnica ma il perché ve lo andate a leggere sulla Treccani, perché questo è un blog di stronzate.

E a proposito di stronzate, non vi sarà difficile ammettere quanto oggi il nostro caro, vecchio sostantivo contatto sia diventato ridicolo.

Egocentrico, effimero, superficiale, oggi questo sostantivo si occupa principalmente di pubbliche relazioni, lasciandosi masticare da bocche di gusto discutibile.

-Ho un buon contatto

-Andiamo a quella festa al Republic?! Possiamo fare un sacco di contatti.

-Non capisco come ci sia arrivato, quello stronzo! Quello era un mio contatto!

-Hai un contatto per entrare lì?

-Vuoi che ti dia il contatto di qualcuno là?

-Contattalo a mio nome.

-Eh…caro mio, se non hai i contatti non vai in nessun posto.

E se quelli che non hanno contatti non vanno in nessun posto, qual è invece il posto dove vanno quelli coi contatti?

Se mi fosse concesso di sognare, vorrei che il posto destinato a quelli che coi contatti ci fanno professioni, meriti e ambizioni, fosse un luogo angusto e pericoloso, una specie di caverna dove questi omini e donnine si ritroverebbero tutti insieme, ad un certo punto della loro vita o della loro morte, magari causata dalla loro agenda strapiena di contatti, che gli è caduta in testa.

Me li immagino, in questo girone infernale esclusivo per PR e genti inserite socialmente, a picchiarsi e a smanacciarsi per entrare alla festa più figa che c’è.

Me li vedo in questo buco nero pieno di transenne e tappeti rossi, di entrate in platea tutte cordonate, di privè e posti riservati ai quali loro, sempre secondo i miei sogni, non avrebbero accesso, perché ci sarebbe sempre qualcuno più fico di loro.

Qualcuno con più contatti.

Qualcuno che conosce il ragazzo della sicurezza, il ministro, la moglie del maresciallo, il figlio del regista, il marito della direttrice marketing, la suocera del signore delle pulizie

Qualcuno che arriva e passa davanti a tutti loro millantando più competenze attraverso lo scrollo dei numeri in rubrica e umiliando il resto degli omini, delle donnine e dei loro contatti miseri.

E questi me li immagino lì, col trucco sfatto e il tablet tra le mani, che restano così, col niente in faccia e nella testa, a guardare quello sconosciuto coi contatti giusti, che entra prima di loro.

Qualcuno morderebbe la faccia al vicino per accaparrarsi il primo posto alle transenne, un altro griderebbe “Lei non sa chi sono io”, un altro ancora si allontanerebbe imbarazzato, dicendo ad alta voce che chiama uno che conosce che sta già dentro, di non preoccuparsi, insomma sogno un luogo dove tutti questi omini e queste donnine si vergognerebbero del vestito che indossano che non è abbastanza firmato, dell’accessorio che stasera proprio non c’entrava nulla, della miseria intellettuale che si ritrovano in tasca, del contatto potente che non hanno, della dignità che c’era il giorno della loro nascita e che ora, non si sa perché, non trovano più, dei confini così stretti di un paese impietoso come il loro, che non consente altra possibilità di riscatto sociale se non la conoscenza di qualcuno che abbia i contatti.

Nel mio sogno, si spegnerebbero le luci e il sostantivo contatto griderebbe nel buio qualcosa di incomprensibile e poi si farebbe esplodere.

 

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