IUDICES

Se scrivo “Giudici”, a cosa pensate?

Perché questa è un’epoca spiacevole e temo non stiate pensando a Falcone e a Borsellino.

Sintonizzatevi sulle mie stesse frequenze per registrare cosa ne penso dei giudici dei talent show.

Degli chef che giudicano dei poverini ai fornelli.

Di tutta questa gente che arriva in tarda mattinata negli studi tv e si trova un tavolo in acciaio lucente con tutte le verdurine tagliate alla julienne da uno scenografo che sognava di fare cinema ma, poveraccio, anche lui deve pagare le bollette.

Se lo farete, se vi collegherete al mio cervello vi dirò tutto ma qui non posso esagerare perché non sono protetta da quelli giusti e la denuncia è sempre dietro l’angolo in un paese dove fingiamo di avere un umorismo frizzantino e invece no.

Immaginate cosa penso della mandria di signori vestiti in similpelle, con la gelatina anche sui denti che vengono pagati per starsene col culo sulle poltrone girevoli da supereroi, a spingere un bottone con ferocia per dare un voto a una creatura che possiede cinque volte il loro talento o che invece non ne possiede affatto ma è stata collocata last-minute dalla produzione tv, per mettersi a disposizione e farsi umiliare in diretta.

E pensare che era partita da Cetraro Marina col pullmann, dicendo a tutti di guardarla perché sarebbe stata alla televisione.

Uno ci prova ed è legittimo farlo.

Ci prova, pensando che possa essere il giusto trampolino di lancio ma poi, se riesce a connettersi col proprio animo, capisce subito di avere davanti a sé dei professionisti dello spettacolo e non dei docenti o Sai Baba o Batman.

Sintonizzatevi con la mia mente e scoprite cosa penso di queste superstar col cucchiaio d’argento, di bronzo e di platino che vengono prodotte in serie per fare più ospitate possibili e presenziare a tutte le degustazioni per mangiare gratis e scrivere libri di ricette che poi, quando provi a rifarle nel tuo cucinotto di merda ti mortificano.

Avvicinatevi alla mia anima: riuscite a sentire cosa ne penso di quei musi di plastica che gridano sguaiatamente al fenomeno e poi mandano la sigla?

Siamo in tanti ad essere insofferenti, a cercare un antidoto contro quelli pagati per giudicare senza avere competenze o che, ancor peggio avendone, amano usarle come fossero i vice di Gesù ma senza insegnare nulla gratis, moltiplicandosi in tutti gli angoli possibili dei media per raccattare cachets stellati più dei loro ristoranti.

Esisterebbero ingredienti in grado di arricchire le teste di chi guarda la tv anziché farci nascere dentro i bigattini, come si faceva nei bagni delle scuole per farle chiudere.

Perché la scelta cade sempre sulla peggior competizione a buon mercato?!

I talent show chiudono le nostre cervella indifese e tutto ciò che ci viene da considerare importante è fare i tuttologi in pubblico, ostentare di essere sommelier, esperti di musica classica, allevatori di animali preistorici per passione, cuochi di cucina giapponese di alta montagna, conoscitori di paesi sottomarini abitati da scrittori nudisti.

Purtroppo tutta questa sapienza non viene esibita per il gusto di diffonderla ma per il prurito di far tacere gli altri, facendoli sentire inadeguati e miseri

Il principale obiettivo diventa fare quelli che sanno più del gruppo e che importa che poi si sbaglino i congiuntivi?!

Se si ha talento bisogna andare nei posti a comandare, per diventare un opinion leader e scegliere per gli altri.

Cosa abbiamo fatto per meritarci questa punizione che è tutto fuorché divina?

Vi prego, connettiamo le nostre menti e salviamoci: off.

Giudice
giù·di·ce/
sostantivo maschile e femminile
La persona o l’ente cui sono riconosciute l’autorità e la competenza di emettere giudizi o decisioni definitive.
Lat. iudĭcem, comp. di ius ‘diritto2’ e del tema di dicĕre ‘dire’;
propr. “colui che dice il diritto”
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