La ricerca del lato marcio nelle cose belle e buone, mi ha sempre affascinata.

Così, ho deciso di cercare lati oscuri anche nel mondo dei vini naturali che tanto amo e che cerco timidamente di conoscere.

Già: anche se difficile da immaginare, ho scoperto che esistono lati sporchi perfino nel mondo ascetico, rurale e mistico dei vini naturali.

Quanto li amo, ve l’ho già detto?!

Apprezzo senza sosta quel gusto così antico, quelle bottiglie essenziali, quelle etichette stilizzate, di ottimo gusto grafico rispetto alle imbarazzanti etichette araldiche dei vini anni novanta.

Amo quegli aromi che popolavano le tavole semplici di una volta e i tappi di latta al posto del sughero, manco fosse una gassosa.

Adoro la sbronza leggera e consapevole che mi regalano (erano anni che aspettavo la sbronza consapevole).

Mi piace chi ha la consapevolezza di produrre qualcosa che non spacchi il mondo e la coscienza di chi ama versare cose di questo tipo nel suo bicchiere.

Eppure uno dei lati marci del mondo dei vini naturali si trova proprio in chi imbraccia il bicchiere.

Perché purtroppo, ultimamente bere vini ossidati fa figo e a me le cose che fanno figo mi ripugnano.

Mi vergogno dell’atmosfera che si respira negli spazi dove si trovano quelli che si occupano di attività che fanno figo.

Quando sento che qualcosa è considerato di nicchia, io sono infelice.

Radical chic è una denominazione di origine controllata e io provo mestizia quando me ne ritrovo circondata in contesti dove, poveraccio, il vino naturale è lì a subire il fatto di essere bevuto da taluni soggetti: baffi sottili da amico di Dartagnan o barba da Marx, che se potesse vedere, sono certa scongiurerebbe Dio di regalargli un altro giorno sulla terra, uno solo.

Con una balestra carica di munizioni, a disposizione.

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Cosa abbiamo fatto per meritarci i consigli del megastore di prodotti Bio?!

Cosa abbiamo commesso di male da dover subire il ritorno delle Timberland e tutta questa conoscenza febbrile di cinema indipendente francese e di vini naturali?

Non si può più bere in pace senza sentire qualcuno che ti racconti i sentori e gli umori.

Di cosa siamo colpevoli per essere costretti a stare a tavola con un sommelier?

Altro lato oscuro dei vini naturali: i vignaioli quando assecondano eccessivamente la loro natura filosofica.

Quei vignaioli che, se non prometti di consumare il loro vino, nudo, durante il plenilunio e con una corona di campanelle sarde in testa, non te lo vendono mica!

Quei viticoltori che entrano in trance e parlano del loro vino attraverso aforismi e lunghi silenzi con lo sguardo alla Dalì, aspettando che qualcuno prenda appunti, incidendo le loro parole su tavolette di pietra.

Quei signori con la barba sfatta e i pantaloni a coste marroni che fanno vino ma credono di fare macchine nucleari, trattati di astrofisica, scoperte meritevoli di nobel per la medicina.

Quei signori che legiferano su come ci si dovrebbe pettinare in vigna durante la potatura per non infastidire le viti, su quale musica africana far sentire alle vasche mentre il vino riposa, su che tipo di mutande mettere il giorno della vendemmia.

Così, chi beve il nettare di questi Signori rischia di assimilare la stessa supponenza.

Chi ha il privilegio di bere il cimitero di lieviti morti scegliendo proprio quella bottiglia predestinata, chiude gli occhi e vede gli angeli come al concerto di Uto Ughi.

Se ti piace il vino naturale non esiste castigo peggiore di trovarti di fronte a uno di questi babbei che, quando annusano nel bicchiere e sentono odore di fogna, socchiudono gli occhi e lanciano mormorii estasiati agli astanti, te incluso.

Il vino naturale non è di nicchia, è per tutti, è popolare, ha al massimo la terza media, se ne frega delle fiere, delle federazioni e delle guide.

Detesta la grande distribuzione di nicchia, è il vino di San Francesco non di Gigi Hadid, serve a chi ha sete e voglia di baciare, se fosse musica preferirebbe Raul Casadei ad Aphex Twin e vorrebbe rispetto dei suoi gusti anche se non sono patinati. Bere vino naturale non è un’esperienza da fare nella capanna del sudore con lo sciamano, è una cosa semplice.

Esattamente come il gesto di alzarsi da tavola e decidere di immolare la bottiglia, fracassandola in mezzo alla fontanella degli estimatori di vini naturali di nicchia che ti stanno tediando stasera.

Il vino, se è davvero naturale, ti ringrazierà.

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7 pensieri riguardo “COME BERE VINI NATURALI SENZA SENTIRSI FIGHI

  1. Ciao Arianna,
    scusa l’off-topic… ma sto leggendo il tuo libro e mi sta ricordando, pur diversissima, la mia esperienza in Oltrepò. Quando ero bambina, i miei avevano una casetta (piuttosto cadente, e per questo ancora più memorabile) sulle colline intorno a Santa Maria della Versa (Torrone, conosci?)… Ho dei ricordi magnifici di quella zona, benché ci trascorressi solo due mesi all’anno, d’estate.
    Eppure ricordo benissimo la luce particolare di quelle parti, così come i ragni giganti e gli scorpioni, i filari di vigne a perdita d’occhio come le coste del velluto, l’odore dei falò, l’abbaiare dei cani in lontananza e tutte quelle meravigliose lucine che punteggiano le colline la sera, quando uscivamo con mia mamma nell’orto e lei ci spiegava le costellazioni principali.
    Lavoro da parecchi anni nel web e, per sovraesposizione e contrappasso, sono restìa ai social network, ai blog e persino a lasciare commenti o recensioni. Per cui, da cittadina che a volte vagheggia l’Oltrepò della sua infanzia (ma senza il coraggio -bando alle scuse- che richiede sceglierlo come la propria casa), e anche da amante del buon vino, ti lascio un saluto e un sincero in bocca al lupo per l’anno nuovo.
    Se dovessi passare dalle parti di Torrone (io ci passo almeno una volta all’anno, così come ritorno in Oltrepò nei weekend quando posso), salutami la casetta gialla in cima alla collina, accanto alla torre che ormai non c’è più e che dava il nome al paese… quanti bei ricordi.
    Con simpatia,
    Eva

  2. Bella penna, complimenti!
    Sui contenuti, che fanno sorridere e riflettere, non sono però del tutto d’accordo.
    I vini naturali sono cresciuti molto anche grazie alla moda che si è creata intorno ad essi, a quel mercato (non è una parolaccia!) che ha permesso loro di crescere in consapevolezza, accuratezza e pulizia.
    Per quanto riguarda il contesto in cui berli…basta scegliere i compagni di bevuta con cura e tutto va bene! E lo stesso vale per i film francesi 🙂

    Condivido la speranza che i “vini naturali” perdano quell’aggettivo (pleonastico?) e diventino, semplicemente, “vini popolari”.

  3. Cinema indipendente francese?.. cioè?… fammi due titoli, o parli per “modi di dire”?..(Dolan non è indipendente)
    P.s. il vino popolare é quello del contadino, sfuso a 1,50 al litro.

  4. Divertente e profondamente vero questo articolo!Sono diventato obbligatoriamente astemio per un’intolleranza all’alcol, ma vedendo cosa sono diventati il mondo dei vini e i suoi sacerdoti (enologi, sommelier e viticoltori) sono felice così. Peraltro sono un cuoco (perdono!!) e potrei dire lo stesso della cucina: ma quanto non se ne può più di questi chef stellati da riviste di settore patinate, supponenti e con la puzza sotto il naso che ritrovi poi in tv a pubblicizzare patatine, sughi pronti e cibi precotti? Verrebbe la voglia di diventare anoressici…….

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