LA MALEDIZIONE DELLA PASSWORD PERDUTA

Dismesso il nostro entusiasmo sull’utilità che ne consegue dopo averla inserita, ci toccherà ammettere che non usciremo vivi dall’era della password.

Non riusciremo a sopravvivere ad essa.

Perché siamo in tanti a non ricordare neanche ciò che abbiamo mangiato ieri a cena, dunque come potremo arrivare a ricordare gli oltre settanta codici che aprono la nostra vita?

Esistono persone che, come me, memorizzano a fatica l’indirizzo di casa dei genitori o la ricetta del tiramisù: come possiamo pensare di farcela a restare allegri nonostante l’onda di password che sventra la nostra corteccia cerebrale?

Entro in macchina e devo digitare il codice per sbloccare l’antifurto.

Prendo il cellulare e per inviare un sms con scritto “Tardo 10 min” devo ricordarmi sei cifre e premere sullo schermo le mie impronte digitali.

Se posiziono male il pollice nell’apposito spazio sul touch screen, devo subito dichiarare al dispositivo il nome di mio nonno paterno e la città di nascita del mio cane.

Se il dispositivo sostiene che mi stia sbagliando, si blocca tutta la mia vita telematica.

E’ questa vita?

E’ questa sul serio, l’epoca di maggior agio mai sopraggiunta per l’essere umano?!

Entro in casa e devo inserire nove cifre per disinserire la chiamata automatica alla polizia.

Accendo il computer e lui, anche se sono le sette del mattino e non ho ancora preso il caffè, m’investe con cinquemila domande sulla mia vita privata o ciò che resta di lei, visto che è tutto schedato, archiviato, regalato a google, concesso a facebook, donato al sito di Don Guanella.

Tutto fuorché le mie fottute password, che mantengo salvate, al sicuro in un bel foglio word nel mio computer e in nessun altro fottuto posto cartaceo.

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Così mi lascio umiliare dalla macchina e rantolo come un bagarozzo cappottato mentre lo schermo mi domanda quale sia il mio gruppo musicale preferito, in modo da poter liberare il muro di pixel che nasconde i miei preziosi documenti.

Ma l’umiliazione durerà poco, pezzo di merda di computer, perché io, il mio gruppo musicale preferito ce l’ho stampato in testa e sono i Jane’s Addiction, hai capito?!

Sono i Jane’s Addiction e subito digito il nome del gruppo, pigiando sui tasti come un vecchio archivista con gli occhiali di vetro.

Soddisfatta, attendo.

La risposta non è corretta.

Insisto.

Cazzo, lo saprò qual è il mio gruppo preferito!

E’ il mio, mica quello del tabaccaio o del vicino di casa.

E’ il mio leggendario, indimenticabile, gruppo preferito.

E la schermata dovrà piegarsi a questa verità.

E invece no.

Il computer dice che lo sa lui quale sia la mia band del cuore e che non è affatto quella che penso e che ho digitato.

Sono abbattuta come la nave di una delle mie flotte di carta quando giocavo per non seguire le lezioni.

Affondata.

Vorrei chiedere al mio computer conferma di come mi chiamo in realtà, vorrei chiedergli chi sono i miei veri genitori, se sono stata adottata e cosa avrei dovuto studiare, se mi sposerò e quale crema viso mi si addice.

Invece torno in me e decido di uscire.

Voglio prendere un po’ d’aria e dimenticare tutti questi codici che governano i miei pensieri, le mie azioni e, a quanto pare, anche i miei gruppi musicali.

Metto le scarpe, mi avvio alla porta e mi fermo con le dita sulla maniglia perché lo schermo del citofono mi chiede il pin salva-anziani per uscire.

Mavvaffanculo, me ne resto a casa e preparo qualcosa di buono.

Cercherò di rilassarmi, berrò un buon bicchiere di vino e non sia mai che tornino alla memoria anche certe ostili numerazioni.

Entro in cucina.

Sono brava coi piani B.

Apro il frigo o almeno, cerco di aprirlo, visto che l’elettrodomestico ha il blocco ciccioni e pretende un codice a quattro cifre per fare l’Apriti Sesamo!

Non c’è problema.

Deve morire chi ha inventato la password ma non c’è problema.

Non mi farò certo sottomettere dalle tecnologie.

Ci scaldiamo una fetta di pane ai cereali e siamo tutti felici, sani e salvi, senza bisogno di aprire quel frigo di merda col pin.

La preparazione della bruschetta però, presuppone che io ricordi la password per accendere il tostapane, il codice salvabimbi che io medesima ho installato al cassetto dei coltelli della nuova cucina, nonché le sei cifre del nuovo tagliere design ultima generazione, che servono a tenerlo fermo sul mobile senza l’aiuto della mano.

O sono io che non ricordo un cazzo oppure sono sotto sequestro dalla Password.

Per la rabbia, mi si gonfiano le vene sulla fronte.

Corro per casa a controllare qualsiasi cosa e scopro che non c’è niente a non essere protetto da almeno un codice pin, puk, pac.

La somministrazione dell’acqua del cesso è gestita da una password, la finestra del terrazzo si apre solo se ricordo il codice salvacani, la luce in camera dal letto si accende soltanto dietro consegna del codice segreto anti-sveglia notturna che ho inserito quando ho comprato il materasso su amazon, in quei bei tempi andati in cui ricordavo il nickname e la password per accedere al mio account.

Il mio buonumore si attiva solo se ho inserito il codice smile sulla sveglia altrimenti ho la certezza automatica che questa sarà una giornata di merda.

La digestione del mio gatto parte felice solo se è corretto il pin del dispenser di croccantini, sennò il blocco renale è assicurato e poi sai che casino recuperare il puc per sbloccare i reni?!

Se volete che termini questo racconto inquietante in cui narro come la password possieda la mia e la vostra persona in maniera violenta, dovete digitare ora il nome di quello che sarebbe stato il vostro compagno dell’asilo preferito, se non ci fosse stato l’effettivo compagno preferito ufficiale, poi dovete immettere il peso del vostro esofago quando avevate dieci anni e digitare l’improperio preferito dal sindaco di Dubrovnik, quando è a casa con la moglie.

Altrimenti fate un semplice log-out e tornate alla pietra e al baratto.

Dicono stia anche tornando di moda, il baratto.

Per la pietra, purtroppo, bisognerà aspettare.

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