DRAMMA AL CIRCOLO

Sono arrivata con la mia tessera plastificata nel portafogli che mi piace si veda quando apro il portafogli, in mezzo alle carte che ho conquistato con mio marito, come fossero dote.

Anche se poi non serve mostrarla la tessera perché tanto ormai al circolo mi conoscono.

I ragazzi della reception vedono dalle grandi vetrate il mio Cayenne bianco scivolare tra le auto parcheggiate, coi suoi dettagli in alluminio che scintillano come il winch di una barca a vela lanciata a pieno ritmo contro il mare, col sole che lo rende incandescente.

Non dirò mai ai ragazzi della reception di averli visti sbuffare attraverso il riflesso dei cristalli, non glielo dirò mai perché certe cose non si dicono.

Non sta bene, non conviene ma soprattutto non è necessaria l’opinione di qualcuno che lavora alla reception.

Ho il segnalatore di ostacoli, quattro specchietti, la telecamera sul retro ma ho i capelli biondi.

Ho bisogno di tredici abbondanti minuti per infilarmi nel parcheggio e di altri sedici per controllare allo specchietto retrovisore, non la corretta posizione del Cayenne ma la corretta stesura del fondotinta ed eventualmente rinvigorire il rossetto.

Ricordo quando mia madre mi diceva di non uscire mai senza rossetto perché non si sa mai chi si possa incontrare per strada e bisogna essere sempre a posto, sempre pronte.

E io sono sempre pronta.

La passeggiata dalla macchina al circolo è un veloce far dimenticare a chi mi guarda, quanto tempo abbia investito nella pratica del parcheggio.

Ho il segnalatore di ostacoli, quattro specchietti, la telecamera sul retro ma ho i capelli biondi.

L’entrata al circolo ha sempre un non so che di spettacolare, sarà per la musica pop in filodiffusione o per Poldo che scodinzola a tutti, dentro alla sua t-shirt Ralph Lauren e fa la pipì contro ai vasi della hall.

Tanto non mi dicono niente, non si azzardano.

Cavalco coi miei sandali Gucci verso la terrazza, cavalco anche se non mi sento più i piedi, stretti come sono nei laccetti in nappa perché bisogna essere sempre pronte.

E io sono sempre pronta.

La terrazza si staglia sul parco come la cabina di pilotaggio di un airbus e adoro vedere tutti quei camerieri vestiti in uniforme bianca muoversi col silenziatore tra noi che contiamo, come in punta di piedi e offrirci finger-food e metodo classico.

Perché c’è sempre tanto bisogno di classico.

Il differente stona, è volgare.

Lo stile alternativo sporca uno still-life invariato da almeno cinquant’anni, da quando questo quartiere erano terra di dispute politiche e fermento musicale.

Ma io preferisco essere nata in questa epoca e vivermi il mio quartiere coi colori fissi, senza alcuna sbavatura di colore saturo.

Preferisco comprare pullover nella via dove vanno comprati e prendere l’aperitivo solo nel posto dove va preso e se a qualcuno viene in mente di aprire un nuovo bar in questo quartiere, peggio per lui.

Mi tranquillizza l’abitudine.

Mi rassicura comprare sempre nella solita salsamenteria e far fare alla donna, sempre lo stesso giro del palazzo con Poldo a guinzaglio.

Non amo uscire dai confini del mio nord.

E sono sempre pronta.

Mi piace che i quartieri della mia città siano ben distinti, meglio se trincerati.

Ogni città ha il suo quartiere-a-bene.

Ma non tutto ciò che si trova nel quartiere-a-bene è realmente a bene. Ci sono degli orari stabiliti e diurni in cui tutto risulta a-bene e i miei ragazzi escono dal cancello della scuola con la loro adorabile divisa blu e il caschetto biondo mentre le suore mi guardano male perché si ricordano di quando a scuola ci andavo io e collezionavo voti che mi avrebbero fatto bracciante in altri tempi, in altre epoche, in altri quartieri.

Ma non qui.

Qui sono sempre pronta.

Qui merito il meglio e il metodo classico che tengo stretto nel calice che tintinna sotto i colpi delle mie unghie bianco balena mentre chiacchiero con la moglie dell’armatore non del più ma del meno e del personal trainer che hanno appena assunto in palestra e che costa un po’ ma quante soddisfazioni e che muscoli!

Sorrido alla moglie dell’ingegnere e l’abbraccio trattenendo vibrazioni di antipatia che la fulminerebbero, se funzionassero ancora certe alchimie primitive.

Non le dirò quanto mi stia sul cazzo e quanto cafona mi appaia la vita sua tutta perché certe cose non si dicono mai.

Non sta bene, non conviene ma soprattutto non è necessaria al protocollo del circolo e della mia famiglia.

Eppure, non so cosa mi stia succedendo.

Forse ho bevuto troppo ma sento di dover uscire, a prendere una boccata d’aria.

Sento che se sostengo ancora per un solo minuto tutta questa borghesia di merda, mi viene un infarto.

Non vorrei mai s’intravedesse dal mio abito di chiffon Marni, il tumore di rabbia, dolore e frustrazione che mi dilaga nei nervi.

Da quando mia madre mi disse che bisognava sempre uscire a posto, frequentare solo ambienti a bene, comportarsi a modo.

Da quando sono stata educata ad essere sempre pronta.

Non vorrei mai che quel tumore, quel bubbone strappasse il tessuto leggero Marni e scoppiasse in faccia a tutti i membri del circolo.

Non vorrei mai essere costretta a gridare quanto penso che siano miserabili i presenti tutti.

E che io avrei voluto fare la ballerina e lavorare nei locali fumosi di Parigi o aprire un negozio di espadrillas in spiaggia in Messico.

Non vorrei mai trovarmi nella condizione di dover ammettere a tutti, davanti a questo tavolo del buffet al circolo, in questa giornata di straordinario sole romano, che di mio marito non me ne faccio un cazzo perché non l’ho scelto io ma gli equilibri malsani della mia famiglia.

E che avrei voluto i capelli neri corvino, che queste meches mi ripugnano e mi danno anche fastidio mentre parcheggio.

Dio, non so cosa mi stia succedendo.

Non mi sento molto bene, scusate.

Sento che ho un improvvisa voglia di scalo San Lorenzo, di Collatina, di centro sociale e danze popolari.

Devo uscire di qui subito, ora.

Annunci

2 Replies to “DRAMMA AL CIRCOLO”

  1. Ad essere sinceri, una donna giovane, bella, ricca, fedele ed innamorata di me la sposerei anche se fosse bionda. Del resto, nella vita bisogna sapersi accontentare, giusto?

    P.S. Devo davvero aggiungere che ‘se scherza?’. Comunque, a mia ‘discolpa’, aggiungo che sono l’umano domestico di tre famelici felini, non ho mocassini con punta a ‘bara’ e che ho ordinato il tuo libro su Amazon qualche giorno fa perché condivido la tua forma di resistenza culturale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...