CIRCA LE DONNE DI MARE

Un pezzo scritto per la kermesse Se permettete parliamo di donne, organizzata dalla Società Umanitaria Alghero.

Alghero, Lo Quarter – Domenica 19 Marzo 2017 ore 19

I

Permettete se parliamo di donne?

Di quelle femmine di essere umano che hanno avuto la sventura di nascere all’interno di una razza evoluta come quella dell’essere umano, senza tuttavia godersi il lusso dell’evoluzione ma con mille obblighi e gerarchie vicini ancora all’ordine animale.

Permettete se parliamo di donne ma non di vestiti firmati, trucchi e ballerine?

Si può?!

Preferiamo parlare di pelle sudata, cuori spezzati e cervelli coi pensieri stipati.

Preferiamo parlare di lupe, di roghi con sopra presunte streghe e di silenzi pieni di suoni.

Fate la cortesia, concedeteci un po’ di tempo per parlare di notti insonni, di pance che si gonfiano e sgonfiano come vele, di gente condannata a cucinare lasagne a vita.

Perchè le donne sono anche genti, persone.

Concedeteci di parlare non di mamme, nonne, mogli, fidanzate e infermiere ma di persone.

Le persone che compongono il mondo e per questo sono costrette all’analfabetismo, allo stipendio più basso di tutti, alle mutilazioni più segrete e offensive di tutti i prigionieri di guerra.

Costrette ad obbedire ad altre persone col cervello mutilato.

Costrette a obbedire ai propri figli.

Fateci parlare delle persone costrette a lavorare come prostitute. Come se non bastasse essere costrette a lavorare.

Fateci parlare della gente che ha subìto castighi chiamati mansioni e che ora si ribella in modo scomposto, schiacciando tutto ciò che incontra in maniera disordinata, compulsiva.

Ma non è forse questa la strategia di tutte le rivoluzioni?

Fateci considerare la parola donna come un’evoluzione della parola persona, non come una condizione biologica.

Qualcosa da meritarsi non con la nascita ma col fuoco.

 

 

II

E poi ci sono le donne delle isole, al di sopra di tutti grazie alla condizione biologica di esser nate su uno scoglio.

E se nasci su una roccia sei già una donna, sei già un uomo.

Non hai tempo per altro che per l’essenziale.

Le sarde.

Chi le ferma le donne sarde, cresciute sulle pareti di calcare tra il mare aperto e i cespugli di mirto?

Ci sarebbe da portarle sul continente, le donne sarde.

Ci sarebbe da rapirle come ci hanno insegnato a fare e da portarcele sul continente, che tanto c’entrano nel bagaglio a mano.

Bisognerebbe portarle in Europa per farle parlare con certe donnette di terraferma, intrappolate nella rete a maglie fini dell’apparenza, dell’inconsistenza.

Io alle donne sarde farei produrre un tutorial, uno di quei corsi col cd-rom allegato che insegni alle ragazzine a starsene con la faccia contro il vento, come si protegge un territorio, come si danza con le proprie tradizioni senza annoiare platee, senza il vestito buono, senza soldi.

Io le sarde le farei entrare nei libri di scuola, nelle tasche dei politici, nei negozi e nelle università a spiegare cos’è il carisma.

A spiegare cos’è la dignità a quei catorci con la permanente e gli sciatusc che credono basti un figlio e un paio d’ore dall’estetista per essere donne.

Che non sanno cosa diventa il mare quando incontra il vento, che non riconoscono più odori e profumi che le loro antenate un tempo, fiutavano da miglia e miglia e che solo le sarde riescono ancora a percepire.

Dio salvi le donne delle isole e le cose che appartengono a pochi.

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