L’ORA DI METALLO PESANTE

Ogni volta che sono triste, penso ai metallari.

Quando penso ai metallari mi sento subito più tranquilla, rassicurata da uno stile di vita e costume che non cambia da anni e tuttavia riesce ancora a risultare provocatorio e a far paura agli sciocchi.

Quando passa un metallaro, le signore perbene si tengono stretta la borsa nonostante sia ormai universalmente provato che i metallari siano da sempre gli unici che le aiutano ad attraversare la strada e che la borsa, al giorno d’oggi, gliela rubano i minorenni annoiati dei quartieri ricchi, i loro nipoti.

 

Ogni volta che incontro un metallaro, mi convinco che nella vita esistono cose più spaventevoli di un chiodo di pelle portato sotto il sole di agosto e che temo più il filo di perle.

Che la borsetta stretta sul petto me la fa tenere certa classe politica semmai, non il metallaro.

Forse Mozart fu metallaro per il suo tempo e chissà quanti altri uomini e donne straordinari fecero tenere stretta la bisaccia o il borsello agli anziani, nei secoli.

Io invece, ogni volta che penso agli scarponi anfibi e a quelle magliette con gli scheletri e le tombe scoperchiate, mi rallegro. Ritrovo la speranza nell’umanità.

Perché ho stima profonda in chi si finge minaccioso e dichiara dissenso attraverso l’espressione di sé stesso perché tanto si sa che i metallari sono buoni da morire e perché preferisco chi, per vestirsi non segue i blog ma i poster degli Iron Maiden.

I metallari hanno un’essenza pioneristica universale, si vestivano in total-black molto prima che ci arrivassero i direttori creativi delle agenzie di pubblicità, si facevano i piercing e i tatuaggi anni luce prima delle cantanti pop di Miami e ispirarono Cher, i Kiss e Riccardo Cocciante in tutte le loro acconciature.

Le loro contraddizioni già citate, mi mettono di ottimo umore, soprattutto i pantaloni di pelle in spiaggia e la loro proverbiale sensibilità che permette loro di cantar d’amore con la voce degli orchi di Mordor.

Le ostili maggioranze pensano che l’igiene personale non appartenga al metallaro mentre invece profuma più un ragazzo vestito di nero e di catene che un impiegato in metropolitana al tramonto.

Lo stile di vita metallaro andrebbe insegnato nelle scuole perché è un movimento sociale che ci accompagna da generazioni e che alleggerisce e rende varia la classificazione degli esseri umani in Occidente che trova nel metallaro un bizzarro imprevisto tra il borghese o il fricchettone.

E poi il metallaro insegna a fregarsene del giudizio altrui, andandosene in giro con la propria purezza interiore e l’armatura di cuoio: una disciplina che non può non essere insegnata a scuola.

Ci vorrebbe qualcuno che inventasse l’ora di metallo pesante.

Professori ne abbiamo e non ci sarebbe più bisogno della campanella nelle scuole, ci penserebbero loro gridando: METALLO!

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5 Replies to “L’ORA DI METALLO PESANTE”

  1. Una mia amica, cara amica, la mia migliore amica, aveva dimenticato uno dei suoi figli al parco giochi, lei accende l’auto, parte, telefona, ci ci ci, pe pe pe, in quel mentre il metallaro più metallaro di tutti, cioè quello pieno di tatuaggi con il pizzetto del motociclista di Possibililandia ma con una catena di anelli conficcacata in ambo le mascelle si accorge di questa lieve disattenzione di mamma, raggiunge il piccolo, lo guarda, il piccolo sorride a quella specie di orco contemporaneo, sale con felicità sulla Fiesta rossa che parte all’impazzata dietro la mia unica, e per questo migliore amica, che sentendosi inseguita accellera sulla sua BMW station wagon, non serve affiancarsi al semaforo, perchè lei scorge solo la catena mascellare, riparte ma a un certo punto la Fiesta ha la meglio, a tavoletta sorpassa si mette di traverso e a quel punto la mia amica è fottuta, il metallaro le dice “scusi madame, dov’è suo figlio?”.
    Adesso la mia amica la sento poco, adesso non ha più tanto tempo, sai com’è l’amore, la Fiesta rossa…

  2. Ahahah. Da ex adolescente metallaro ora padre conformista e conformato alla camicia button down da ufficio, non posso che sorridere e pensare a quelle magliette nere con teschi e bambini appesi ( youthanasia..?) che da qualche parte dovrei ancora avere. Forse farei meglio ad indossarle di nuovo. In fondo eravamo noi che a suon di spadoni e mutande di peluche volevamo che il bene vincesse sempre…

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